– ovvero: il recupero dell’umanità attraverso gli animali –

Il rapporto tra essere umano ed animale è una storia di lunga data, dall’iniziale “mors tua, vita mea” tipica delle società primitive dedite alla caccia, passando per la scoperta dell’allevamento a fini alimentari fino all’odierna funzione prettamente socializzante, l’uomo si scopre amico di un essere con cui giocare, passeggiare, farsi compagnia. Ma si tratta pur sempre di un rapporto “tra adulti”, vale a dire di un’esperienza di responsabilità, di compiti e doveri, oltre che di gioco. C’è però un gap culturale, specie nel nostro Paese, che va recuperato: troppe persone dimostrano oggi la loro incapacità a gestire un animale, eppure si attorniano di questi esseri che, oltre che soffrire, fanno soffrire gli altri, vicini o passanti che siano. Si tratta di rimandare a scuola ad imparare l’abc della buona educazione e del buon senso molte “bestie” a due piedi, palesemente incapaci di gestire i loro pari a quattro zampe. Si tratta però pure di imparare a mediare il rapporto tra animale ed uomo, rapporto che, se ben strutturato, porta molto giovamento alle persone fragili, dall’anziano al disabile. Parlatene col vostro assistente sociale, egli è lì appunto per aiutarvi a fare le scelte giuste nella vita!

Ci sono infatti esperienze di aiuto che servono più di mille colloqui: occuparsi di un animale. Dall’anziano solo al portatore di handicap la cura dell’animale è senz’altro una delle modalità tramite le quali si ritrova un senso per vivere: è non solo un modo artificioso per distaccarsi da se stessi come “oggetto di cura”, ma specialmente uno stimolo ad uscire da sé per curare qualcun’altro: non sono più curato io, bensì sono io che curo qualcuno.

L’assistente sociale consiglia quindi anche questo tipo di esperienza alle persone in difficoltà, sicuro che gli effetti siano più che benefici. Una sola raccomandazione: l’animale non è un giocattolo, da prendere ed abbandonare quando si vuole, soddisfare i suoi bisogni è non solo scontato, ma pure obbligo di legge. Un animale ha sete, ha fame, deve muoversi e giocare, defeca, urina e come tutti noi: sta al padrone però provvedere a che tutto venga fatto secondo le regole.

Addirittura da oltre oceano arriva ora la “pet-therapy”, ovvero la terapia tramite il rapporto con l’animale domestico. Ed ecco che quindi da noi partono le esperienze più disparate, ma anche delle interessanti formazioni specifiche al riguardo. Personalmente sono un pò scettico verso questa enfasi “da importazione”, anche perché non comprendo perchè mai ogni volta che si parla di nuove piste di aiuto, debba sempre uscir fuori l’abbinamento a “terapia”, come se si potesse star bene solo con interventi clinici, ovvero di “esperti”, come se noi non avessimo innate le competenze di cura. Si tratta, a ben pensarci, semplicemente del recupero del rapporto uomo-animale come facilitatore del benessere, così come nella società rurale è sempre stato. I nostri avi convivevano con gli animali, questi non erano solo indispensabili strumenti da lavoro (come asini, muli e buoi) o fonte sempre disponibile di proteine (tra galline, maiali e conigli il contadino non moriva mai di fame), essi erano veri e propri compagni quotidiani, oggetto di affetto e di fiducia, tant’è che si usava chiamarli per nome. Tutto ciò non era terapia: era la normalità!

E’ comunque da sottolineare l’insieme dei meccanismi che “sbloccano verso la vita” una persona che in questa non trova più senso. Parliamo quindi di persone che altrimenti cadrebbero nell’involuzione, che invece richiedono un aggancio ad un ruolo attivo: curare un animale lo è. Sembra insomma che non sia l’animale in sé a sbloccare le persone, ma l’uomo stesso tramite l’animale a rimettersi in gioco rispetto alla propria vita. C’è quindi il compito dell’accudimento, ma anche l’insieme delle emozioni che si instaura tra tra i due: il gioco, il contatto corporeo, le carezze, sono tutti canali che riportano alla vita. Gli animali domestici, poi, sanno ben adattarsi ai tempi lenti di una persona in difficoltà: a loro piace stare in compagnia del padrone, l’importante è soddisfare i bisogni di base e la fedeltà è assicurata.

Ma non esagerate: ci sono animali ed animali, bisogni e bisogni, taglie e taglie. Se un pesce rosso sta bene nella sua boccia di vetro, il gatto ha bisogno di uscire, il cane idem, pure l’uccellino ha bisogno di volare. Quindi se state in campagna concedete ai vostri animali la libertà di scorazzare per gli spazi liberi: correre, nascondersi, cacciare fa parte del gioco della vita. Se invece vi trovate in città e, peggio ancora, in un condominio, riducete pezzature e pure tipologia di animale: va bene il gatto e pure un cagnolino in un palazzo, l’importante è farli uscire regolarmente e non arrecare disturbo ai vicini. Se la taglia è attorno alla XXL due sono le cose: o vi trasferite in campagna o rinunciate: tenere chiuso un animale che, per vivere, ha bisogno di spazio, è una crudeltà da evitare. Ci sono pure persone “strane”, che si tengono a casa rettili, serpenti e scorpioni: ecco, le cose strane fatele con voi stessi, non con gli animali, che non c’entrano davvero nulla con la vostra smania di essere eccentrici.

Si tratta di buon senso, quello di scegliere di gestire un animale per libera opzione e non per costrizione. Il tipico – e diffuso – esempio è quello del “regalo di natale”: il padre che compra il cuccioletto al bambino, scoprendo poi che il figlioletto oltre al gioco non può assicurare altro alla bestiolina. Ed eccoli quindi questi eserciti di padri alle sei di mattina in tutte le nostre città “costretti” ad andare in giro con i cani per obbligo e non per piacere. E’ questa un’area da cui poi si alimentano canili e gattili: stanchezza per una scelta mal fatta ed abbandono della bestia, se non per strada, almeno a qualcuno che se ne occupa.

Volete un animale? Gattili e canili ne sono pieni, basta andarci e farseli affidare. Volete fare la prova? Chiedete a chi ce li ha di prestarveli per qualche ora, oppure prestatevi alla cura di animali i cui padroni sono in vacanza. Magari la vostra è solo curiosità, capriccio e sfizio, va benissimo attestarsi l’assoluta incompetenza nel rapporto con gli animali, l’importante è però farlo non dopo aver preso questi esseri in casa propria.

Non male è leggersi qualche libro su questi animali, ce ne sono tanti in commercio, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Oppure cercate nella vostra città l’indirizzo di associazioni di protezione animale, contattateli e chiedete loro di fare qualche giorno di esperienza da loro. La miglior scelta è quella di affiancare un amico che ha già l’animale: fare con lui delle uscite, curare, pulire ed alimentare la bestia sono esperienze semplici che vi daranno una sicura idea sul tipo di impegno che vi si chiede.

E non dimenticate mai che, nel rapporto tra uomo ed animale, le bestie siamo spesso noi. Se gli uomini, abituati al primordiale istinto di cacciatori, ammazzano, maltrattano o semplicemente abbandonano un animale, questo invece non ci abbandona mai. La fedeltà, l’obbedienza, il rispetto dei tempi lenti, l’ascolto, l’affetto, la corporeità, sono tutte virtù umane dimenticate che invece gli animali stessi ci restituiscono gratuitamente. Ci fosse dietro mica la mano di Dio?

Ugo Albano

http://digilander.libero.it/ugo.albano

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